Quanto costa aprire in franchising?

Quanto costa aprire un’attività in franchising? È una delle prime domande che si pone chi sta pensando di avviare una nuova attività attraverso l’affiliazione commerciale. Ed è una domanda assolutamente comprensibile, anche se non esiste una cifra valida per tutti. Il costo per aprire in franchising può infatti cambiare molto in base al settore, al tipo di attività, alle dimensioni del punto vendita e alle condizioni proposte dal franchisor. Aprire un negozio di abbigliamento, un’attività di ristorazione, un centro servizi o un’attività che non richiede un vero e proprio punto vendita comporta investimenti molto diversi.

Per questo motivo, quando si valuta un franchising, non bisogna fermarsi alla cifra indicata nella pubblicità come “investimento iniziale”. È importante capire che cosa comprende realmente quella cifra e quali altre spese dovranno essere sostenute prima e dopo l’apertura.

Quanto si investe mediamente per aprire in franchising?

Secondo il più recente Rapporto Assofranchising Italia 2026, relativo all’andamento del settore nel 2025, l’investimento iniziale medio richiesto per avviare un’attività in franchising si aggira intorno ai 120.000 euro.

Il dato è utile per avere un ordine di grandezza, ma non deve essere interpretato come il capitale necessario per ogni nuova apertura. La media comprende infatti attività e settori molto diversi tra loro, compresi format che richiedono investimenti particolarmente elevati.

Lo stesso rapporto evidenzia inoltre che il costo iniziale rappresenta ancora una delle principali barriere percepite da chi valuta il franchising e che l’accesso al credito è un tema importante sia per gli affiliati sia per lo sviluppo delle reti.

In pratica, sul mercato si possono incontrare franchising con investimenti contenuti e format che richiedono capitali molto più consistenti. Per capire quale opportunità sia realmente alla propria portata, è quindi necessario analizzare il singolo progetto.

Da cosa è composto l’investimento iniziale?

Quando un franchisor comunica l’investimento necessario per aprire un punto vendita, la cifra può comprendere diverse voci. Non sempre, però, tutte le spese vengono presentate nello stesso modo.

Tra i principali costi da considerare ci sono:

  • diritto di ingresso o fee d’ingresso;
  • arredi e allestimento del locale;
  • eventuali lavori di ristrutturazione;
  • attrezzature e impianti;
  • insegne e comunicazione visiva;
  • prima fornitura di prodotti o merci;
  • software e strumenti gestionali;
  • formazione iniziale;
  • spese amministrative e professionali;
  • deposito cauzionale e canoni di locazione;
  • marketing e comunicazione per il lancio;
  • capitale necessario per sostenere i primi mesi di attività.

Il punto fondamentale è proprio questo: investimento iniziale e capitale realmente necessario per partire non sono necessariamente la stessa cosa.

Un franchising potrebbe, per esempio, indicare un investimento di 50.000 euro, ma l’imprenditore potrebbe avere bisogno di ulteriore liquidità per affrontare affitto, utenze, personale, acquisti e altre spese durante i primi mesi.

La fee d’ingresso: che cos’è?

Una delle voci che si incontrano frequentemente nelle proposte di franchising è il diritto di ingresso, chiamato anche fee d’ingresso o franchise fee.

La legge italiana sul franchising, la Legge 129/2004, definisce il diritto di ingresso come una cifra fissa che l’affiliato versa al momento della stipula del contratto di affiliazione commerciale. La stessa legge definisce anche le royalties, cioè i corrispettivi che possono essere richiesti dall’affiliante in percentuale sul giro d’affari oppure in forma fissa e periodica.

Non tutti i franchising applicano necessariamente la stessa struttura di costi.

Alcune reti prevedono una fee d’ingresso, altre possono non richiederla oppure inserirla all’interno di un investimento complessivo. Per questo è sempre necessario leggere attentamente la proposta economica e il contratto.

Quanto costano le royalties?

Le royalties sono un altro elemento da considerare quando si calcola il costo di un franchising.

Possono essere calcolate come percentuale del fatturato oppure stabilite in misura fissa, secondo quanto previsto dal contratto.

Facciamo un esempio semplice.

Se una rete prevede una royalty del 5% sul fatturato e il punto vendita realizza 200.000 euro di fatturato annuo, la royalty corrisponderebbe a 10.000 euro nell’anno.

Naturalmente questo è soltanto un esempio matematico: le condizioni effettive cambiano da una rete all’altra e devono essere verificate nella proposta del singolo franchisor.

In alcuni casi possono essere previste anche altre contribuzioni, ad esempio per attività di marketing nazionale o servizi specifici. Anche queste voci devono essere considerate quando si calcola il costo complessivo dell’affiliazione.

Il locale può incidere molto sul costo

Per molte attività il locale rappresenta una delle voci più importanti dell’investimento. Non conta soltanto il canone mensile. Bisogna considerare anche:

  • deposito cauzionale;
  • eventuale commissione dell’agenzia immobiliare;
  • lavori di ristrutturazione;
  • adeguamento degli impianti;
  • arredamento;
  • insegne;
  • eventuali autorizzazioni;
  • spese condominiali;
  • utenze.

Anche la posizione può modificare radicalmente il budget necessario. Un punto vendita situato in una strada commerciale di una grande città può avere costi di locazione molto diversi rispetto a un’attività dello stesso franchising aperta in un centro di provincia.

Per questo il requisito relativo alla location deve essere valutato insieme al budget disponibile e non separatamente.

Bisogna avere tutto il capitale necessario?

Non necessariamente.

La disponibilità di capitale proprio è certamente un elemento importante, ma in alcuni casi l’investimento può essere sostenuto anche attraverso forme di finanziamento.

La possibilità concreta di ottenere credito dipende però dalla situazione dell’imprenditore, dal progetto, dalle garanzie disponibili, dal franchising scelto e dalle valutazioni dell’istituto finanziatore.

Non bisogna quindi confondere “investimento richiesto dal franchisor” con “somma che deve essere necessariamente disponibile sul proprio conto corrente”.

Prima di impegnarsi è opportuno costruire un vero piano finanziario, considerando sia il capitale proprio sia l’eventuale finanziamento e, soprattutto, la liquidità necessaria per sostenere l’attività nella fase iniziale.

Il tema dell’accesso al credito è particolarmente rilevante anche per il settore nel suo complesso: secondo Assofranchising, l’80% dei franchisor considera proprio l’accesso al credito uno dei principali ostacoli alla crescita delle reti.

Quanto costa aprire un franchising senza negozio?

Non tutti i franchising richiedono un tradizionale punto vendita.

Esistono infatti modelli basati su servizi, consulenza, attività a domicilio, vendita online, mobilità o altri format che possono richiedere una struttura fisica molto più contenuta.

In questi casi l’investimento può essere inferiore rispetto a quello necessario per aprire un negozio o un ristorante, perché vengono meno alcune delle spese più pesanti, come l’allestimento di un locale di grandi dimensioni.

Anche in questo caso, però, “basso investimento” non significa automaticamente “nessun costo”.

Potrebbero essere necessari strumenti di lavoro, software, formazione, marketing, attrezzature, automezzi o altri elementi indispensabili per svolgere l’attività.

Quanto bisogna avere da parte per aprire in franchising?

Questa è probabilmente una delle domande più importanti, ma anche una di quelle alle quali è più difficile rispondere con una cifra valida per tutti.

Il capitale necessario dovrebbe essere calcolato partendo dall’investimento richiesto dal franchisor e aggiungendo una riserva di liquidità per affrontare la fase di avvio.

Per esempio, se il progetto richiede 60.000 euro per l’apertura, non è prudente considerare automaticamente quei 60.000 euro come l’intero capitale necessario.

Bisogna chiedersi anche:

Quanto denaro servirà nei primi mesi se il fatturato iniziale sarà inferiore alle aspettative?

Questa domanda può cambiare completamente la valutazione di un progetto.

Un’attività può essere perfettamente sostenibile a regime, ma avere comunque bisogno di una certa disponibilità finanziaria durante il periodo necessario per raggiungere il proprio equilibrio economico.

Il franchising più economico è quello migliore?

Non necessariamente.

Il costo iniziale è certamente importante, ma non dovrebbe essere l’unico criterio con cui scegliere un franchising.

Un investimento più basso può essere interessante, ma bisogna capire cosa viene effettivamente offerto dalla rete. Allo stesso modo, un investimento maggiore può essere legato a un punto vendita più grande, a maggiori attrezzature, a una location specifica o a un modello di business che richiede maggiori risorse.

Quando si confrontano due franchising, quindi, è più utile guardare che cosa si ottiene in cambio dell’investimento.

Tra gli aspetti da analizzare ci sono:

  • notorietà e posizionamento del marchio;
  • formazione;
  • assistenza prima e dopo l’apertura;
  • supporto nella scelta della location;
  • progettazione e allestimento;
  • forniture;
  • software e strumenti gestionali;
  • marketing;
  • condizioni di acquisto;
  • esclusiva territoriale, se prevista;
  • durata del contratto;
  • modalità di rinnovo;
  • royalties e altri corrispettivi;
  • eventuali obblighi di acquisto;
  • condizioni di uscita dal rapporto.

La Legge 129/2004 disciplina l’affiliazione commerciale e definisce gli elementi fondamentali del rapporto tra affiliante e affiliato. Prima di firmare, è quindi importante esaminare attentamente la documentazione contrattuale e le informazioni fornite dal franchisor.

Attenzione alla differenza tra Utile e fatturato

Un errore abbastanza comune consiste nel guardare esclusivamente alla cifra dell’investimento e al fatturato potenziale. Ma fatturato non significa utile.

Se un’attività produce 250.000 euro di fatturato in un anno, questo non significa che l’imprenditore abbia guadagnato 250.000 euro. Dal fatturato devono essere sottratti tutti i costi dell’attività: acquisto delle merci, personale, affitto, utenze, royalties, marketing, consulenze, imposte e tutte le altre spese operative.

Per valutare realmente un franchising è quindi necessario capire quale potrebbe essere il margine dell’attività e quale livello di fatturato sia necessario per raggiungere il punto di equilibrio.

Prima di scegliere, calcola il punto di pareggio

Uno degli strumenti più utili per valutare un investimento in franchising è il break-even point, cioè il punto di pareggio. In termini semplici, indica il livello di fatturato necessario affinché i ricavi riescano a coprire i costi.

Immaginiamo, solo a titolo esemplificativo, un’attività con 8.000 euro di costi fissi mensili e un margine di contribuzione del 40%. Il fatturato necessario per coprire i costi fissi sarebbe: 8.000 ÷ 0,40 = 20.000 euro al mese. Questo significa che, con quelle ipotesi, l’attività dovrebbe raggiungere circa 20.000 euro di fatturato mensile per arrivare al punto di pareggio.

Naturalmente nella realtà il calcolo deve essere costruito utilizzando i dati effettivi del progetto.

È proprio questo tipo di analisi che permette di capire se un investimento è sostenibile, invece di limitarsi a confrontare le cifre pubblicizzate dai diversi franchisor.

Quindi, quanto costa davvero aprire in franchising?

La risposta più corretta è: dipende dal franchising e dal modello di attività.

Il dato medio di circa 120.000 euro riportato dal Rapporto Assofranchising Italia 2026 permette di comprendere l’ordine di grandezza del mercato nel suo complesso, ma non deve essere utilizzato come riferimento automatico per ogni nuova apertura.

Ci sono attività che possono essere avviate con investimenti decisamente inferiori e altre per le quali sono necessari capitali molto più elevati.

La vera domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto:

“Quanto costa aprire questo franchising?”

Ma anche:

“Quanto capitale mi serve realmente per aprire, sostenere i primi mesi e arrivare al punto di equilibrio?”

È una differenza importante. Il primo numero descrive il costo dell’apertura; il secondo aiuta a capire se il progetto è realmente alla propria portata.

Come confrontare i costi dei diversi franchising

Quando si cercano opportunità di affiliazione, può essere utile creare una tabella di confronto per ogni rete presa in considerazione.

Per ciascun franchising si possono annotare:

Investimento iniziale
Quanto viene richiesto per l’apertura e cosa comprende.

Fee d’ingresso
Se prevista, quanto ammonta e quali servizi o diritti sono collegati.

Royalties
Percentuale sul fatturato, importo fisso o assenza di royalty.

Locale
Dimensioni richieste, posizione e costi stimati.

Attrezzature e allestimento
Cosa è compreso nell’investimento e cosa rimane a carico dell’affiliato.

Scorte iniziali
Eventuale prima fornitura obbligatoria.

Personale
Numero di addetti necessario per gestire l’attività.

Capitale circolante
Liquidità necessaria per sostenere l’attività durante la fase di avvio.

Durata del contratto
Durata, rinnovo e condizioni di uscita.

Questo confronto permette di andare oltre il semplice “quanto costa” e di capire quale struttura economica si trova realmente dietro ogni proposta di franchising.

Il franchising in Italia continua a crescere

Il tema dell’investimento va inoltre inserito nel contesto più generale del mercato.

Secondo Assofranchising, nel 2025 il franchising italiano ha raggiunto un giro d’affari di 39 miliardi di euro, con una crescita dell’8% rispetto al 2024. Il comparto continua quindi a rappresentare una componente significativa dell’economia italiana.

Questo non significa che ogni singola attività in franchising sia automaticamente redditizia. Significa però che il modello dell’affiliazione commerciale continua a essere utilizzato da numerosi brand per sviluppare le proprie reti e da molti imprenditori per avviare una nuova attività.

Per chi sta valutando questa strada, la scelta dovrebbe quindi partire dall’analisi del modello di business, delle proprie risorse e del mercato locale, e solo successivamente dal confronto delle offerte.

In conclusione

Aprire in franchising può richiedere un investimento molto diverso a seconda del settore e del format scelto. Non esiste quindi un capitale minimo valido per tutte le attività.

Il dato medio di circa 120.000 euro registrato nel 2025 è un riferimento utile per comprendere il mercato, ma le singole opportunità possono collocarsi molto al di sopra o al di sotto di questa cifra.

Prima di firmare un contratto è importante verificare tutti i costi, distinguendo quelli necessari per l’apertura da quelli che verranno sostenuti durante la gestione dell’attività.

E soprattutto è bene non confondere l’investimento iniziale con il capitale complessivo necessario: affitto, personale, forniture, marketing, royalties e spese operative possono incidere in modo significativo sulla liquidità necessaria nei primi mesi.

Il franchising può offrire un modello già strutturato, un marchio, know-how e supporto alla gestione, ma rimane comunque un’attività imprenditoriale. Per questo la domanda più importante non è soltanto quanto costa entrare in una rete, ma quanto costa realmente far partire e sostenere quell’attività fino al raggiungimento dell’equilibrio economico.

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